annunci uomo cerca donna LO SPETTRO - IL RAG. GRIGIONE

narrativa

siti per conoscere ragazzi 2 racconti brevi di Paolo BARILLA'
incontri bologna donne LO SPETTRO

Tanti anni fa, in una vecchia casetta scalcinata con le persiane ocra scrostate dal sole, ultima della fila di ruderi che erano sopravvissuti al boom economico del dopoguerra e che allietavano con la loro presenza i pomeriggi afosi e stagnanti della nostra lunga estate, dando asilo ai ragazzini che vi si nascondevano a masturbarsi, viveva un'anziana prostituta che tutti nel rione conoscevano col nome di Principessa.
Il suo nome era una chiara allegoria del mestiere che svolgeva, riferendosi alla principessa della fiaba che la notte non riusciva a dormire a causa di un pisello sotto il materasso.
Principessa la notte dormiva davvero poco, in compenso i "piselli", sopra il materasso, erano stati tanti e di tutte le taglie. Gli uomini del quartiere che le avevano regalato la verginità la consideravano ormai come una vecchia amica che ti conosce bene e della quale non ti vergogni; come una mamma che ti ha visto nudo e conosce i tuoi difetti, ma alla quale non bisogna concedere troppa pubblica confidenza.
Principessa, la ricordo come se fosse ieri, quando io avevo dieci anni e cominciavo a frequentare i ruderi maleodoranti in cerca di buio, era già in pensione, ma si diceva che qualche settantenne la frequentasse ancora dopo un buon bicchiere di vino ed un filmetto osè; passava le sue giornate seduta su una sbilenca sedia a sdraio sferruzzando su infinite coperte di rombi colorati, mostrando le pallide cosce segnate di varici. Noi ragazzini le giocavamo rumorosamente attorno e lei, come una tranquilla nonnina, ci vezzeggiava, ci ammoniva garbatamente, a volte si fermava a guardarci amorevole ed i suoi occhi stanchi brillavano di lacrime perché pensava al suo figlioletto senza padre abbandonato sulle scale dell'orfanotrofio.
L'estate del '66 fu davvero lunga; la calura avvolgeva la città fin dalle prime ore del mattino; nella periferia soffocava sul nascere ogni minimo desiderio di muoversi e la gente, ammalata di pigrizia, impoltriva all'ombra dei caseggiati ristorandosi con reminiscenze di dissetanti inverni; la sera, sulle sedie col fondo di corda, gli uomini ciondolavano in equilibrio appoggiati ai torridi muri che emanavano tutto il calore imprigionato durante il giorno e tracannavano enormi boccali di vino allungato col ghiaccio che la minuscola fabbrichetta sfornava ancora.
Nel cielo degli aranceti bianchi di polvere, milioni di storni disegnavano esili stelle filanti e piogge di coriandoli neri ed annunciavano la prossima fine di quella inconsueta stagione.
Era il ventitre ottobre. I monelli del rione " Ceci "corsero in piazzetta sollevando un nugolo di polvere, gridando disperati che lì, nell' ultima casa della strada, Principessa era sdraiata a terra e sembrava morta. Il caldo, povera vecchina, l' aveva uccisa e giaceva accanto alla coperta che aveva appena ultimato, che l'avrebbe riparata dal freddo dell' imminente, infinito inverno.
Ciò che segue in questa storia potrà apparire frutto della mia fantasia, ma è solo ciò che i grandi mi raccontarono allora e ciò che ancora raccontano i superstiti di questi ultimi decenni di noia. Si disse che la sua anima vagò per anni in quel rione di periferia, aspettando dietro le porte dell' estremo tribunale senza decidersi a bussare, e che passegiò sul sagrato della chiesa ascoltando i canti delle messeUna sera lo spettro di Principessa si rese visibile al parroco, comparendogli fra le lenzuola del letto e mettendogli in corpo una tale paura che il sacerdote corse terrorizzato per le stradine presentandosi in mutande agli avventori del bar, i quali lo riaccompagnarono alla sua abitazione convincendolo ch' era solo un brutto sogno.
Da quella sera si cominciò a parlare della pazzia di don Gregorio, perché le sue fughe diventarono frequenti; altri parlarono della presenza di un fantasma, e il fatto che il fantasma fosse proprio quello di Principessa rendeva la storia ancora più misteriosa.
Perché Principessa non riusciva a rassegnarsi alla pace eterna ? E perché aveva scelto proprio la casa del parroco per le sue scorrerie?
Questi iterrogativi trovarono diverse risposte, ma quella che ebbe maggior credito, perché raccontata dai vecchi che sapevano tutto, riportava indietro di parecchi anni, quando don Gregorio frequentava l' allora giovane Principessa in un paesino della provincia dove svolgeva il suo mandato ecclesiastico.
Quando don Gregorio era stato trasferito in città, la donna l' aveva seguito sistemandosi nel suo stesso rione e continuando a riceverlo di nascosto.
I soliti vecchi sapienti dissero che Principessa aveva partorito un figlio di don Gregorio che i due amanti abbandonarono davanti all' orfanatrofio e che in seguito si diede a svolgere quel triste mestiere per poter sopravvivere.
Non v' era alcun motivo per dubitare di quella versione riportata dai saggi che quindi fù accolta e tramandata ai posteri. Nulla di ciò che si diceva arrivò mai alle orecchie di don Gregorio, anche perché, nel frattempo, era diventato sordo come una campana. Ed era ormai talmente " suonato " che non si accorgeva della presenza del suo sagrestano che lo seguiva passo passo e lo sentiva parlare da solo:
- E' colpa tua; è colpa tua brutta puttana, ora che vuoi, che mi svergogni davanti a tutti i parrrocchiani? Il figlio di una puttana è soltanto suo. Tienitelo ! Aaaah maledetta ! - urlava tirandosi i pochi capelli che gli erano rimasti - Tornatene all' inferno! Ma che vuoi ancora da me? - E corricchiava, affanato, protteggendosi la testa come se un uccello gli svolazzasse sopra e lo beccasse impazzito.
Questa storia andò avanti per parecchi mesi nel chiuso delle mure domesstiche adiacenti alla chiesa , carpita dai sensi attenti del pettegolo sagrestano; il quale si prese pure un gran paura che vide le vesti del parroco solevarsi da sole mentre lui cercava disperato di tenerle giù saltellando ripetutamente.
Finchè un giorno don Gregorio prese la decisione di raccontare tutto, per soddisfare le richieste dello spettro che minacciava vendette dell' oltretomba, o perché era ormai giunto all' ultimo stadio della sua follia. Durante la messa del mattino lo confessòil suo peccato mortale ai parrocchiani sbalorditi e indegnati, decretando la fine della sua sacrilega carriera di religioso. Così l' ira dello spettro di Principessa sembrò placarsi e con l' arrivo del nuovo parroco tornò la pace fra i fedeli del rione. Con l' avvento della normalità si ripiombò nella noiosa routine quotidiana e le comari, vecchie e novelle, non avendo altri argomenti sui quali spettegolare, ripresero a " tagliare stoffe <2 e a " cucir vestiti "sulle dirimpettaie assent, sulle vicine distratte, e a guardare con occhi lanquidi il nuovo " pastore ", più giovane e bello di don Gregorio; a mostrargli la lingua vogliosa la domenica, imboccando l' ostia trasparente e pallida, smunta di vergogna.

incontri senza iscrizione IL RAG. GRIGIONE

Ciò che importava di più al rag. Grigione era di fare bella figura col capufficio; perciò ogni giorno, prima di timbrare il cartellino dell'uscita, sistemava in perfetto ordine la sua vecchia scrivania rosa dai tarli e riponeva nei rispettivi scaffali tutti i registri che gli erano serviti durante la giornata. Quindi usciva da quella stanza triste e polverosa che lo imprigionava per sei ore al giorno. A volte vi tornava anche il pomeriggio per lo straordinario e vi restava fin quando faceva buio; e siccome di pomeriggio il capo non c'era, aveva imparato a parlare con gli oggetti che gli facevano compagnia. Lui parlava e, alterando la voce, fingeva che la penna gli rispondesse, e poi la sedia, la macchina per scrivere, l'armadietto. Qualche volta gli rispondeva anche la foto del presidente appesa sul muro di fronte.
Così, monologando per interi pomeriggi, aveva trascorso gli ultimi trent'anni della sua vita che non si poteva certo dire brillante o ricca di emozioni, ma che gli aveva consentito un'esistenza tranquilla, per certi versi comoda e priva d'incertezze.
Ma al rag. Grigione mancava qualcosa. Per tanti anni lo aveva sospettato entrando ed uscendo dal suo ufficio; ci pensava mentre batteva a macchina le grigie lettere consunte, quando guidava goffamente la sua grigia utilitaria, indossando il logoro vestito grigio, ed i capelli, perdio, da tanto tempo anch'essi erano diventati grigi come tutte le cose che lo circondavano.
Ecco, finalmente lo aveva capito; approssimandosi l'età della pensione aveva scoperto ciò che gli mancava: i colori.
E si meravigliò di non esserci arrivato prima, lui, ragioniere, abituato ad usare il cervello.
La sua vita era grigia, si; ed anche il suo cognome avrebbe dovuto suggerirglielo; ma adesso che lo aveva scoperto vi avrebbe certamente posto rimedio.
Non è mai troppo tardi per colorarsi la vita!
Così, quando andò in pensione e l'amministrazione gli ebbe liquidato la buonuscita, Grigione acquistò un pezzetto di terra sulle colline a nord della sua città, con un bosco di giovani castagni ed una casetta, e si ritirò in campagna.
Era ciò che aveva sempre desiderato: svegliarsi al canto degli uccellini, ubriacarsi di albe e di tramonti, inebriarsi col profumo della terra.
Ma, trascorse alcune settimane, il rag. Grigione si accorse che il verde degli alberi gli ricordava le copertine dei suoi vecchi registri; e i tronchi avevano lo stesso colore della sua scrivania; perfino il cielo diventava spesso grigio, come il soffitto del suo squallido ufficio. Gli venne allora una brillante idea che avrebbe certamente reso felice. Corse in città, acquistò alcuni barattoli di vernice e nel giro di pochi giorni colorò tutti gli alberi del suo bosco. Poi salì sulla collinetta adiacente e si godette per diverse ore quello spettacolo meraviglioso; e camminò infinite giornate fra i tronchi gialli, rossi, verdi, azzurri.
Finalmente aveva il suo mondo colorato nel quale avrebbe trascorso gli ultimi anni della sua vita, riscattandosi di tutto il triste grigiore che milioni d'interminabili minuti gli avevano spolverato addosso.
Ma non altrettanto felici furono gli uccelli del bosco che, impauriti per il repentino cambiamento del loro habitat, disertarono quegli strani alberi ed emigrarono nella vicina pineta.
Al rag. Grigione non parve giusto aver sfrattato i poveri passerotti ed i fringuelli che lo allietavano col loro canto, perciò con secchiate di acquaragia riportò gli alberi al loro colore naturale.
Gli venne allora un'idea ancor più brillante della prima: si spogliò completamente nudo e verniciò il suo corpo con i colori più belli. L'idea si rivelò fantastica; "in effetti", pensò Grigione "sono io che devo essere colorato, non il mondo che mi circonda.", e saltò felice fra i sentieri del suo bosco.
Ma, ahimè, un violento temporale lo colse proprio al centro del castagneto e lo lavò tutto. Grigione corse a perdifiato, arrivò trafelato alla casetta occultando col palmo delle mani il suo flaccido sesso, grigio, più grigio della fuligine. E ancor piùgrigio era nel cuore pensando al fallimento dei suoi tentativi; trascorse così tristemente altre settimane, ciondolando svogliatamente su e giù per le stanze in attesa di un'altra idea che non venne.
Infine, disperato per lo sconforto, prese l'estrema decisione di togliersi la vita: non avrebbe vissuto un'ora di più grigio nel grigio. Afferrò il vecchio revolver del padre, un ferrovecchio della guerra del '15 e lo verniciò giallo e celeste; dipinse anche l'unico proiettile che aveva e si sparò.
Fu così che il rag. Grigione, che voleva colorarsi la vita, finì per colorarsi la morte.


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